Dal 5 Novembre al 17 Dicembre 2016 - L'IMMAGINE DELLA PAROLA

 
Carlo Alfano. S.t., matita su carta riportata su tela, 1972, cm. 63 x 83

Negli anni ’50 del secolo scorso il Lettrismo di Isodore Isou afferma alcuni principi di scomposizione, frammentazione della parola, di collegamento di lettere e immagini, unificando le discipline letterarie e plastiche. Il processo era già iniziato con Picasso e il Futurismo, il Costruttivismo russo: la parola diventava segno grafico o tipografico, lacerto spodestato di valore semantico, parola-oggetto. Walter Benjamin aveva avanzato l’idea dell’arte come frammento, allegoria, dopo l’estetizzazione della politica e dei riti del nazionalsocialismo. Una rivoluzione che si era manifestata anche nel campo letterario: le poesie surrealiste, i calligrammi di Apollinaire, l’influenza della tradizione grafica araba e giapponese, ma nel caso del Lettrismo, esso si poneva come radicale critica delle arti visive e avanguardia rivoluzionaria.
Guy Debord lo riteneva un valido approccio per investigare i meccanismi della creazione in una fase storica, gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, in cui la “Società dello spettacolo” stava prendendo il sopravvento, in cui la realtà diventava immagine, finzione e la parola veicolo pubblicitario e Jacques Derrida aveva elaborato una pratica di decostruzione del senso e del soggetto facendo della scrittura un terreno di germinazione alternativa.

Questo processo critico ha influito profondamente sulle arti visive negli anni successivi fino a diventare una pratica diffusa di molti artisti contemporanei. La parola liberata dalle costrizioni del nesso significante-significato, scomposta a volte in singole lettere, diventa materia, elemento visivo o sonoro, traccia della perduta unitarietà del linguaggio, ma riacquista un nuovo valore nell’ambito dell’opera e nella propria concretezza formale: “Liberate le parole. Rispettate le parole. Non rendetele schiave delle frasi. Lasciatele occupare il loro spazio. Esse sono là né per descrivere, né per insegnare, né per dire: ci sono innanzi tutto per essere” (Pierre Garnier). Rimane forse la nostalgia di un discorso che si è interrotto, si e’ perduto nel silenzio o in un indistinguibile brusio di fondo, di un tempo in cui la parola aveva un valore magico e incantatorio.

I libri di marmo di Mirella Bentivoglio, le sue poesie concrete che evocano archetipi sepolti; le cancellazioni di Emilio Isgrò, metafora di un linguaggio rimosso, da cui emergono parole “liberate” di un forte valore simbolico; la poesia lieve di Gastone Novelli, immagini di viaggi reali o immaginari; le poesie di Henri Chopin, segni che diventano suoni e si spengono talvolta nell’afasia di un sospiro; i giochi verbali di Raymond Hains in cui allusioni e ironia, storia e presente si mescolano; la scrittura di Henri Michaux fatta di valori puramente visivi in cui il segno e il ritmo sono protagonisti; i preziosi calligrammi di James Lee Byars, suggestioni d’oriente che emergono come un ricordo……l’immagine della parola: la parola che diventa segno, elemento creativo di senso e di poesia, sottraendosi all’usura del tempo e della storia.

Franco Bianchin

James Lee Byars, “Shout”, scritte oro su carta velina rossa, anni Ottanta, cm. 71 x 39.5

James Lee Byars, “Shout”, scritte oro su carta velina rossa, anni Ottanta, cm. 71 x 39.5